L’assassina e i due funerali – babà rustico

Al funerale dei miei ricordi sono stata l’unica a partecipare.

A voler essere precisi, i funerali sono stati due.
Come sempre, l’assassino, per il senso di colpa o per sviare i sospetti, non può fare a meno di presenziare alle esequie.
Quindi ero lì, puntuale, a commemorare le mie vittime.
Il primo omicidio fu commesso nell’anno 2005.
Come ad ogni morte che si rispetti, stava per seguire una nascita.
Al momento del delitto,
la circonferenza del mio giro vita necessitava, per un’accurata misurazione, di un paio di metri da sarta di quelli morbidi con un lato azzurro e uno giallo.
L’improvviso e assolutamente non premeditato arrivo del pargolo che giaceva nel mio grembo, rese necessaria la creazione di uno spazio nello spazio, ovvero lavori di messa in ordine, disallestimento di camera adolescenziale, svuotamento di armadi e cassetti, ritinteggiatura delle pareti e reset delle funzioni cerebrali.
Dunque fu lì che presero posto nella pattumiera gli oggetti più variegati.
In ordine sparso:
– diari della scuola
– biglietti obliterati di autobus, treni e aerei
– bigliettini e lettere d’amore
– audio cassette 
– foto (stracciate violentemente e con furore)
– accendini vuoti
– abiti anni 90, orrendi
– poster, quadri auto prodotti (una fetenzia, nessun rimorso) e cornici mostruose
– oggetti di varia natura, tra cui 3 pomelli del rubinetto smontati dall’aula di fisica per saltare il    laboratorio, occhiali alla Vasco Rossi che non ho mai amato più di tanto, e svariate decine di borse etniche del mio periodo alternativo.
– in più svariati oggetti non riportabili per una 31enne che si debba rispettare e una valanga di eccetera eccetera di nessuna importanza (per voi, non per me)
Dunque ero pronta per riprogrammare tutto. Non avevo più molti oggetti della mia seppur breve adolescenza, ma avevo una missione per la vita.
Le tracce della mia vita passata, salvo uno scatolone segreto, erano state sapientemente sotterrate nel più vicino cassonetto.
Durante il primo delitto, però, non potevo sapere che sarei diventata una killer seriale.
Seguirono anni di accumulo compulsivo di ricordi.
Una valanga, bellissimi.
E dopo una lunghissima attesa, un numero di pargoli al plurale e un rogito sottoscritto, fu il momento di dire addio alle vecchie stanze che avevano ospitato tutti i momenti importanti della mia vita e trasferirsi nella mia prima vera casa.
Fu il momento di inscatolare.
Fu il momento di svuotare ogni angolo.
Fu il momento di riconfrontarsi con il passato.
L’armadio si rivelò pieno di nuovi nemici. 
Dallo scatolone segreto, a poggiarci l’orecchio potevi sentirli gridare.
Erano lì, in centinaia. 
Uomini, donne, bambini, vecchi, mostri, supereroi e sfigati assoluti, belle gnocche e fighi da paura, santi e assassini, puttane, mogli, mariti amorevoli, principi ideali, uomini coraggiosi e pavidi, incerti o pieni di sè.
Erano esseri umani di ogni natura, questo non posso dimenticarlo.
Su centinaia di pagine, tutte scritte a mano, tutte scritte a penna, c’erano loro.
Le mie vite parallele, le mie vite alternative, le mie vite impossibili.
A voler essere generosi, molto generosi, si sarebbero potuti chiamare manoscritti e se non altro, ai cari estinti,lo si può concedere gentilmente.
Con i vivi invece bisogna essere spietati e con gli assassini feroci anche di più.
Quindi che sia condannata la mia pavidità, dichiarato vincitore il mio lato timido e insicuro, ingiuriata la mia incomprensibile sete di morte.
Che sia riempita di vergogna la mano scrivente, la stessa che aveva rinchiuso quella gente in scatole con lucchetto, in fondo ai cassetti e in ogni luogo segreto dove anima viva avesse potuto trovarli.
Ho scritto storie, tante, tantissime. Non le ha mai lette nessuno, non gliel’ho concesso.
Le ho uccise, sterminate senza pietà.
Si, non vale come attenuante generica, vostro onore, ma si, me ne pento.
Nella migliore delle ipotesi, un’ipotesi non scevra di un sadico romanticismo, si sono tutti reincarnati in un taccuino di carta riciclata, magari il vostro.
Ed è a voi, miei cari, voi che non li avete conosciuti, a voi e solo a voi, ignari finora del misfatto, che tocca il destino peggiore.
A voi tocca questo blog, il frutto di tanto sangue sparso.
A voi la punizione per i miei peccati.
Ora lo so che Vi duole, ma ammettetelo, come assassino, sono un genio del male.
Bab(b)à rustico (dose per due ruoti da 30 con il buco al centro oppure circa 50 pirottini mono dose)
Ingredienti
1kg di farina 00 (potete anche miscelare 1/2kg di 00 e 1/2 di Manitoba)
500 ml di latte tiepido
2 cubetti di lievito di birra (24 gr)
7 uova medie
3 tazzine da caffè di olio di semi
un pugnetto di sale
2 cucchiai di zucchero
150 gr di parmigiano grattugiato
300 gr di salame 
300 gr di prosciutto cotto
300 gr di provola fresca o altro formaggio di vostro gradimento
La logica di legare questa ricetta al racconto precedente, mi pare inutile cercarla perché non esiste, sono ancora a Procida e ho una serie di foto ricette pronte, questa è la verità.
Questa ricetta, facile, ma che vi regalerà tante soddisfazioni e una valanga di complimenti, è ideale per il buffet di una festa o da portare ad un picnic. Se siete coraggiosi e non vi importa di presentarvi in spiaggia con qualcosa che ha le medesime fattezze di un casatiello napoletano, fate pure.
Potete preparare il babà nel classico stampo tondo con il buco al centro, oppure cuocerlo in dei pirottini carini che lo porzioneranno e daranno un tocco di colore all’allestimento.
Scaldate leggermente il latte e scioglietevi all’interno i cubetti di lievito e versate a filo nell’impasto.
Aggiungete sempre a filo l’olio, lasciate che si amalgami.
Aggiungete il parmigiano e mescolate ancora un pò.

Tagliate a cubetti salumi e formaggi e incorporate a mano con movimento dall’alto verso il basso facendo in modo che l’impasto incorpori aria.

Sistemate l’impasto nel supporto che preferite (nel caso dei ruoti, ungeteli e infarinateli), coprite con un panno e lasciate in lievitazione per 1 ora e 1/2 – 2 in forno spento con luce accesa.

Una volta cresciuto, accendete il forno a 150 gradi e fate cuocere per circa 50 minuti o fin quando inserendo uno stecchino non esca fuori asciutto.
Ora preparatevi ad avere pazienza, perché la foto del risultato finale, fatta da Cristiana,una fotografa di professione, potete andarla a reperire qui perché quella che ho io giace in una cartella del mio computer che mi aspetta a casa e che sono impossibilitata a reperire.
Se i vostri sono pronti, postate pure una foto e in ogni caso, lasciate raffreddare e servite.
Se li lasciate coperti, durano un paio di giorni.
Saluti dalla vostra assassina preferita e ricordate di non ammazzare gli invitati al vostro party.

1 Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *