Ogni uomo è un’isola – pescatrice povera

Camminare a piedi nudi lungo percorsi roventi, lasciare che col tempo gli stessi producessero una corazza che li proteggesse dal dolore. Ammirare con lo sguardo distese di sabbia nera, dove, coraggiose, le piante di capperi si ostinano a impregnarsi del sapore unico che la vicina salsedine gli regala grazie a brezze di vento caldo e delicato.

Stendersi sui bisuoli bianchi ad ammirarlo, mentre sfoga il suo impeto con esplosioni di lava che cola diligente verso il mare. 
Aspettare l’imbrunire per gustarsi il tramonto ed eccitarsi di fronte ad un cielo che sembra aver rapito tutte le stelle, che a loro volta danzano cadenti per
dare speranza a tutti i tuoi sogni.
Si amano molti luoghi, si ricorda con affetto anche una stanza, un vicolo, un locale o fosse anche un cesso per il semplice fatto che è lì che si è prodotto un ricordo memorabile, ma il cuore no, il cuore appartiene ad un solo amore, il cuore è fedele ad un solo luogo e soffre quando lo si tiene lontano dall’oggetto delle sue palpitazioni.
Il mio cuore mi rimprovera perché da 4 anni giace solo in un’isola magica. 
È lì che é rimasto, su un lembo di terra che chiamano isola, ma che altro non è se non un lembo di terra abitata di un vulcano sempre attivo e pazzerello.
Stromboli, l’isola, è una femmina.
Stromboli, il vulcano, è un lui, è IDDU.
Chiamiamola pure malinconia, senza problemi di sorta.
Sono 15 giorni che mi trovo sull’isola di Procida ed è il terzo anno di seguito che ci trascorro il mese 
di luglio, ma niente, non sento niente. Non mi batte il cuore, non sento la magia o se c’è non la trovo.
È come fare l’amore con una puttana, un esercizio fisico che non scalfisce il desiderio, un sostitutivo che ha il sapore amaro del fallimento,  un’alternativa forse necessaria, ma coatta.
Coatta si, perché Procida non è una scelta, ma un ripiego. È un posto così vicino alla città da permettere a mio marito di raggiungerci nei week end (anche se poi non ci riesce, anche se poi ne salta 3 su 5) ed è esponenzialmente più economica della siciliana, che ormai in 4 e con i tempi che corrono è una spesa poco o niente sostenibile.
Conosco moltissimi estimatori dell’isola di Procida ed è inutile ricordare quanti tra poeti e scrittori in questo posto hanno prodotto del valore.
Procida è inospitale. La metà degli autoctoni non solo odia il turista, ma fa di tutto per rendergli il soggiorno un inferno.
Le vecchiette ti urlano che le vacanze devi fartele in un altro posto e possono stare tranquille che se lo fanno in un minibus dall’aria vagamente cubana, che può ospitare 9 persone sedute, che ne stipa 30 in piedi a 45 gradi di temperatura, che corre, frena e si muove come in un rally e che ha oltretutto l’ardire di passare ogni venti minuti in piena stagione estiva, alla fine non puoi che pensarla come loro.
Uno dei bar sulla spiaggia, UN BAR SULLA SPIAGGIA, non consente di sederti ai suoi tavolini per consumares una birra o bere un caffè o mangiare un gelato, ma solo per consumare un insalata o un panino dalle 13.00 alle 16.00 con il risultato, quantomeno paradossale per un commerciante, di avere i tavolini vuoti, ma proprio vuoti, per i 3/4 della giornata (ma soprattutto nel quarto che piacerebbe a lui perché il panino se lo portano tutti da casa) e una serie di persone che preferiscono (leggi me e Annamaria morire di disidratazione pur di non spendere anche solo un centesimo nel bar del proibizionismo.
Si racconta, e lo raccontano i Procidani simpatici che ovviamente esistono, che la popolazione locale fatta perlopiù di marinai e proprietari di terre, stando fuori per lungo tempo e con il portafoglio gonfio, non ha piacere e neanche bisogno che il turista esista, perché non è una risorsa, ma una jattura (sfortuna). Il turista Procidano tipo però, merita una difesa perché non è rumoroso, non invadente, è rispettoso delle spiagge, mediamente non tamarro, abbastanza colto e radical chicchissimo, ma non sembra bastare, non puoi convincere il Procidano che non siamo cattivi, lui persevera e se può ti insulta, ti guarda in cagnesco, sbuffa.
 E poi c’è Girone, il bar, l’ottimo ristorante, il punto di ritrovo, il non bar sulla spiaggia, che ti fa sentire a tuo agio, con il personale che ti regala sempre un sorriso e un saluto e che dopo l’orrida traversata in pullman, ti strappa un sorriso e giornate memorabili.
Che il proprietario e la Sua famiglia siano tutti di origine Ischitana,  non è che ovviamente un puro caso.
Pescatrice povera

Ingredienti per 4 persone

500 gr di alici eviscerate e spinate
20/25 peperoncini verdi
20/25 pomodorini datterini piccoli e dolci
2 spicchi d’aglio
Olio evo
50 gr di pecorino romano grattugiato più scaglie a piacere per la finitura
320 gr di spaghetti alla chitarra o normali
Come ogni luogo italiano in generale e  di mare in particolare, anche Procida ha i suoi piatti forti, che quando ci torni non vedi l’ora di gustare.
Ma come è facile immaginare, non permetto mai ad amici e parenti di pensare che a casa mia non si possa mangiare come e meglio che ad un ristorante, per cui, la versione non ufficiale di questo piatto è anche quello che mi accingo ad illustrarvi e che ho prodotto nella mia cucina con un risultato più che rispettabile.
Non mi stancherò mai di ripetervi di procurarvi un pescivendolo amico cui chiedere che il pesce che comprate ve lo consegni pronto da consumare, quindi non facendo eccezioni, procuratevi 1/2 kg di alici spinate e eviscerate.
Mettete su una pentola capiente e alta con acqua abbondante e un pungnetto di sale grosso.
Tagliate a rondelle sia i peperoncini che i pomodorini, tagliate uno spicchio d’aglio a metà, mettete 3 o 4 giri generosi di olio evo in una padella e fate saltare i primi per cinque minuti per poi aggiungervi  i secondi per altri 5. Salate.
Buttate la pasta e aggiungete le alici alla padella con il sughetto.
Scolate gli spaghetti al dente, conservando un bicchiere con l’acqua di cottura.
Mantecate la pasta, spegnete il fuoco, aggiungete il pecorino.
Servite grattugiando del pecorino a scaglie direttamente sul piatto finito e un’immancabile macinata di pepe. 

Che la forza dell’isola, la vostra preferita, sia con voi.


2 Comments

  • Allora anche io ho lasciato il mio cuore su un'isola: la piccola e selvaggia Marettimo (Egadi, Sicilia). Rigorosamente fuori stagione, dolcemente attraversata a piedi, in lungo e largo, spesso da sola, dove ho trovato uno stretto contatto con la natura e con me stessa.

    La ricetta mi piace, sembra invitante e gustosa…magari la provo.

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