Amore a quattro zampe – Crocchè di zucca




Non è stato
proprio uno scontro come per Mirko e Licia, ma che fosse una giornata di
pioggia non ci sono dubbi.
Un’altra
cosa sicura è che anche questa storia d’amore è nata con un colpo di fulmine, proprio
come  è accaduto sempre per tutti i
grandi amori della mia vita.
Era un
sabato, uno di quelli senza scuola, uno di quelli freddi e umidi, uno di quei
giorni che solo il mese di marzo sa regalare.
Marzo è da
sempre un mese confuso, perché tutti parlano di primavera, ma in realtà per 20
giorni su 30 è pieno inverno e piove, come piove d’inverno e come piove a
marzo.
Anche 16
anni fa, il marzo di 16 anni fa, era una giornata piovosa e  pure incerta. L’unica cosa certa, era
che come ogni sabato mattina che si rispettasse -pioggia, sole o neve che fosse
– io uscivo per la mia consueta passeggiata tra i negozi e i mercatini con mia
madre . Chiamatela ritualità o come vi pare, fatto sta che senza eccezioni, io
me ne camminavo sotto braccio con la mia genitrice, studiando ogni articolo di
ogni vetrina, di ogni negozio, di ogni strada.
E proprio sotto
una vetrina, raggomitolato su se stesso, c’era questo fagotto peloso
infreddolito e bagnato. Se ne stava lì che dormiva, ma aveva l’offesa impressa
nel corpo. Aveva, nel suo dormire, un’inquietudine che rivelava tristezza e
dolore.
Qualunque
quadrupede in piedi, seduto, trotterellante o dormiente che fosse, era naturalmente
capace di attirare la mia attenzione, ma nel caso del fagotto raggomitolato e
dormiente, possiamo dire con certezza che si trattò di puro magnetismo.
Mi abbassai
e cominciai ad accarezzarlo, ma appena le mie mani sfiorarono il suo pelo si
ritrasse spaventato, come se una mano umana emanasse odore di guai, di
sofferenza, di dolore.
Quel
ritrarsi mi provocò quasi un’offesa. Allora abbassai la mano, lasciai che mi
odorasse e che lo percepisse col naso, che la mia era una mano buona, che io ero una persona
buona, che non gli avrei fatto alcun male.
La voce di
mia madre interruppe il nostro conoscersi.
Fu
perentoria.-Non pensarci nemmeno- disse.
Io la
guardai come per dire – ma guardalo, come si fa a lasciarlo qui?- , ma lei
ripetè perentoria e aggiunse: “abbiamo già un gatto, non se ne parla, fine
della storia”.
Dovetti
retrocedere e salutarla.
Lo feci come
si fa per un addio, con la morte nel cuore.
La giornata
trascorse pensierosa,ma in definitiva trascorse, perché il tempo non lo si
ferma con i pensieri e quindi come dopo ogni mattinata ci fu un pomeriggio e
come ad ogni pomeriggio seguì la sera.
Per una
16enne il sabato sera non è un giorno trascurabile, per cui vestita carina come
sempre in quel giorno della settimana, mi incontrai con degli amici, ci sedemmo
ad un bar e cominciammo a capire cosa farne di quel giorno speciale in cui ci
era concesso di stare a zonzo fino a tardi.
Avevo la
mano penzoloni e non nascondo che quando improvvisamente sentii la sua lingua
sulla mia mano ebbi un sobbalzo. Il mio spavento lo spaventò.
Il gomitolo
di pelo era eretto sulle sue quattro zampe. Aveva fatto quello che per gli
umani è un passo indietro e per i cani è tipo un salto.
Lo guardai
nella sua fisionomia a figura intera.
Il suo
musetto era dolce come lo avevo visto nella mattinata, il suo corpo era buffo,
perché le zampe erano piuttosto corte e il corpo un po’ lunghetto e mi ricordò un auto modello station wagon.
Il pelo
fulvo e la coda un po’ vaporosa potevano far pensare ad un volpino, ma il pelo
corto la faceva sembrare più simile ad un cane di stazza diversa e
caratteristiche opposte.
Era proprio
una bastardina, capii che era una femmina 
e queste due cose mi piacquero molto entrambe.
Mi alzai, mi
lasciò avvicinare e potei studiarla da vicino.
E poi
l’orrore della scoperta.
Baffi
bruciati, pezzi di carne viva.
Seguirono
rabbia, disgusto e incredulità.
Non mi
pareva possibile, non mi pareva umano.
Mi guardò
chiedendomelo con lo sguardo impaurito, ma fiero.
Aiuto,
tenerezza e comprensione.
Quel cane mi
parlava con gli occhi ,guardandomi negli occhi.
Non dovette
insistere che per qualche istante ed è stato in quell’attimo, brevissimo, che
per la prima volta in vita mia sentii schizzare fuori dal mio corpo quello che
alcuni anni dopo avrei destinato ai miei figli.
Quel
sentimento per me allora nuovo, era ed è universalmente riconosciuto con il nome
di istinto materno.
Così come si
fa con un figlio bisognoso di cure, la sollevai, aprii il mio maglione e ce la
ficcai sotto.
Poggiò il
muso nell’incavo tra la clavicola e il collo, come se quello fosse il posto
naturale dove cercare sollievo.
È stato
amore, è ancora amore.
Perché di
amore, vi assicuro, che in 16 anni ne ha visto molto, ne ha ricevuto moltissimo
e ne ha dato di più.

Crocchè di zucca
Ingredienti per circa
25 crocchè
500 gr di zucca al netto degli scarti
300 gr di patate (compresa buccia)
100 gr di parmigiano
50 gr di pecorino
20 gr di burro t.a. (facoltativo)
100 gr di provola secca o fresca, ma del giorno prima
1 uovo
3 cucchiai di latte
sale e pepe q.b.
Un ciuffo abbondante di prezzemolo
3 cucchiai di farina, 
3 di pan grattato e due uova per la panatura
olio di semi per friggere
I crocchè di
zucca sono una trovata come quasi tutte le trovate della mia cucina. Voglio
fare una cosa precisa –  i crocchè,
–  non ho patate sufficienti,  non ho voglia di scendere, ho una zucca
nel frigo e quindi: crocchè di zucca!
Potremmo
definirla una ricettta di riciclo creativo  o come vi pare, fatto sta che ne è uscito fuori una cosa
proprio buona, che è perfetta come antipasto, come secondo (come per la mia
cena casalinga) o nella migliore delle ipotesi, un aperitivo finger food in
compagnia.
Comunque
vogliate utilizzare queste gustose pallette, ora vi spiego come fare.
Prendete la
zucca, privatela della buccia, tagliatela a fette grosse, sistematela in una
teglia ricoperta di carta forno e lasciatela un’oretta in forno ventilato a
170°.
Sciacquate
le patate dall’eccesso di terra, ponetele in un pentolino, copritele di acqua
fredda e trasferitele sul fuoco facendole cuocere (più o meno 20 minuti dal
bollore, ma dipende dalla dimensione) fin quando una forchetta non vi entrerà
all’interno senza difficoltà.
Scola ele e
fatele raffreddare un pochino.
Mettete la
zucca in un panno pulito, strizzate tutta l’acqua di vegetazione e riducete in
purea con uno schiacciapatate.
Dopo averle
private della buccia, fate lo stesso con le patate.
Aggiungete
ora il formaggio, il sale, l’uovo, il burro morbido, il prezzemolo, il pepe e
il latte tiepido e lavorate con le mani fin quando avrete un composto omogeneo,
morbido e non troppo appiccicoso.
Se avete del
tempo, fate riposare in frigo un’oretta, ma andranno bene anche 10 minuti in
freezer.
Inumiditevi
leggermente le mani, prendete una porzione di composto, fate un incavo con il
dito, adagiate un cubetto di provola e richiudete formando una palla o la
classica forma oblunga del crocchè.
Passate
nella farina, poi nell’uovo e infine nel pangrattato.
Portate a temperatura
3 dita di olio di semi (le palle devono essere immerse per non rompersi) e una
volta ben caldo (fate una prova con un pizzico di farina, se sfrigola
immediatamente potete procedere) immergetevi i crocchè e fate cuocere fino a
doratura rigirando delicatamente e solo quando vi sembra che il lato immerso
sia croccante.
Adagiate su
carta assorbente e mangiateli caldi e con le mani,come ogni frittura merita.
p.s. non
sono una fanatica del forno a tutti i costi, soprattutto per portate che
nascono per la frittura, ma se preferite cuocete in forno spruzzando le
pallette con olio di oliva e cuocendo 20 minuti per lato a 200°.

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