Vivere creativo – Cheese cake al forno con frutti di bosco

Prima di tramutarsi in una mamma e una moglie orribile, una  di quelle donne che sembrano vivere una perenne sindromepremestruale, alle volte è necessario fermarsi e darsi il tempo di guardare le
cose da una prospettiva differente.
Prima di
aggredire gli altri membri della famiglia investendoli con urla potentissime,
intervallate da sbuffi più vaporosi di un treno dell’800 e seguiti da una prosopopea
delirante sull’ordine e il rispetto di regole sia di igiene che  di comportamento di base, bisogna
fermarsi.
Io l’altro
giorno ad esempio ero ferma davanti ad un quadro e mi sono presa un momento per
riflettere. A dire la verità dicendo quadro, corro il rischio che mi
immaginiate allegra che passeggio per una mostra, magari con un vestito
improbabile, un cocktail tra le mani e quell’aria un po’ intellettuale che
sembrano avere tutti quando entrano in un museo.
Ma
l’immagine non potrebbe essere più lontana dalla realtà.
Volendo
rimanere metaforicamente in ambito artistico, quello che avevo davanti agli
occhi, potremmo chiamarla più propriamente un’installazione temporanea, di
quelle che gli artisti creano ad hoc per una mostra o un evento preciso e non
permanente.
Per
precisare e per non incombere poi in seri problemi di diritti d’autore, sento
il bisogno di sottolineare che in effetti mi sono trovata di fronte ad un’opera
multi-autoriale, realizzata , per dovere di cronaca, a sei mani e ad almeno 4
piedi.
Per quanto
sin da ora io riesca ad avvertire la sensazione di smarrimento che a questo
punto della lettura vi starà pervadendo, sono altrettanto certa che tra di voi
si nascondono un numero elevatissimo di spettatrici e -se questo blog viene
letto, come mi auguro, da entrambi i generi, allora anche – da parecchi
“artisti”e che il quadro che mi si è parato davanti l’altra mattina (ma ad
essere precisi anche 3 mattine fa e anche 4) è quel genere di arte che per
popolarità e democrazia potremmo definire pop.
Dicevo che
ho dovuto trattenere il fiato e non esplodere in una versione orrendamente
detestabile di me stessa.
Ci sono
riuscita.
Ho pensato
in modo differente e sono giunta alla conclusione che il mio salotto, sede
dell’installazione, poteva essere considerata un’opera pop contemporanea. Un
quadro di apparente confusione, ma anche di immensa creatività.
Purtroppo
l’ordine perfetto e la disposizione originale di tutti gli oggetti è stata da
me sovvertita quando accidentalmente stavo per rompermi l’osso del collo con il
primo di questi, una palla, lasciata proprio sotto l’arco di ingresso della
stanza.
Non me ne vogliano
i puristi dell’arte per questa mia insensibilità, ma giuro che il suddetto
oggetto rotolante, la palla appunto, non ha potuto spostarsi di più di 50 cm,
fermando la sua breve corsa vicino ad un monopattino in posizione orizzontale e
che il risultato compositivo finale non è stato alterato,se non di poco.
Una moto
elettrica, con un cuscino del divano  sulla sella, due super eroi e un’astronave lego, completavano
l’opera al primo dei suoi 5 livelli di lettura: il pavimento.
In ordine di
altezza, il secondo dei livelli interpretativi, potevano dirsi le sedie, che
però vantavano a loro volta due diverse chiavi di lettura: lo schienale, dove
mio marito aveva lasciato il suo giubbotto e la borsa da lavoro attaccata per
la cinghia e la seduta vera e propria, dove invece si potevano trovare i
calzini del maggiore della mia prole e il pantalone del pigiama, sempre di mio
marito.
Sulla grata
della cancellata che precede le finestre potevano notarsi due note di colore
acceso, il travestimento di Iron Man con sfumature di rosso, arancione e giallo
e lo scudo di Capitan America ,che all’occorrenza puoteva essere attivato per
regalare anche un effetto luce davvero particolare.
Sopra al
tavolo poi, un tripudio di oggetti da tasca: monetine, chiavi, caricabatterie,
portafoglio, agendina e tutto quello che noi donne abbiamo avuto l’intelligenza
di portare in una borsa e che gli uomini invece trasportano nelle tasche di
jeans, giubbotti e pantaloni e che una volta a casa rovesciano per l’appunto,
sul tavolo.
Ultimo, ma
non ultimo livello di lettura, la libreria, cui va di diritto una menzione
speciale in quanto a ricercatezza e accuratezza nella stimolazione del pensiero
dell’osservatore.
Si, perché
la libreria, apparentemente ignorata dagli artisti di casa, nascondeva ad un’attenta
osservazione, svariate carte di caramelle malamente occultate dalla copertina
di un libro.
Creatività è
la parola chiave.
Creatività è
la parola che salva tutti.
Creatività è
a parola che ha ricacciato in gola le mie urla e che mi ha procurato una fragorosa
risata.
Ho proprio
riso, in piedi, da sola.
Guardavo il
giubbotto e pensavo che era molto creativo riporre un oggetto – la cui
destinazione originaria è prevista a non più di 30 cm dall’ingresso– 3 stanze e
circa 15 metri dopo l’appendiabiti.
E il
pantalone del pigiama? Una banalotta come me se non lo mette nel cassettone del
bagno ogni mattina di ogni giorno, mica alla sera lo ritrova il pantalone, ma
se è un creativo a dover fare la stessa operazione di certo opterà per un posto
diverso al giorno poiché il creativo sa che dovunque verrà lasciato, alla sera
lo ritroverà comunque, come per magia, ripiegato nel cassettone della
banalotta. Così ogni giorno si sbizzarrisce e trova un nuovo posto originale
dove appendere le sue vesti.
Sugli
oggetti sparpagliati sul tavolo il creativo però ha una sua rigidità. L’ordine,
che ad un occhio meno artista del suo apparirà come puramente casuale e del
tutto distante dalla parola stessa, ha invece   un criterio oscuro per cui l’intera superficie del
tavolo riesce ad essere totalmente invasa da un numero di oggetti che, se
raggruppati, potrebbero occupare uno spazio non più grande di un angolo.
Per quanto
riguarda il mio essere donna, sarà che come ho già detto sono meno creativa
degli altri componenti della famiglia tutti maschi, ma in quanto ad infanzia
sono stata piccola pure io e se mangiavo di nascosto una caramella, la carta la
occultavo nell’immondizia coprendola con qualcosa o ricacciandola in fondo, ma
non la infognavo sotto la copertina di un libro, peraltro maldestramente.
E i miei
giochi mi piaceva che stessero ognuno nel posto convenzionale a loro assegnato,
piuttosto che sparsi in 130 mq di casa con scarse possibilità che io potessi
ritrovarli.
Ma io sono
una semplice, sono una rigidona, sono una che non lascia che la creatività
prenda il sopravvento…insomma devo imparare a divertirmi e a smetterla con
quest’aria da casalinga disperata sempre alla ricerca della perfezione, devo
lasciare che le cose rimangano così come sono, un po’ creative, un po’ a cazzo
di cane, un po’ colorate, un po’ disordinate.
Più spesso
dovrò ignorare l’ordine sparso degli oggetti e più spesso dovrò ignorarare il
mio desiderio che ogni cosa ritorni al suo posto, perché vivendo creativamente
si possono ottenere risultati inimmaginabili.
Ad esempio,
resistendo all’impulso di rimuovere il monopattino dal centro della stanza, può
succedere che quell’oggetto, poche ore dopo sia il posto dove il mignolino del
piede di tuo marito si schianterà, provocandogli le urla che io avevo saggiamente
tenuto a bada, insieme ad una strana danza, non molto ritmata invero, ma
sicuramente molto creativa.
Cheese
cake con glassa di frutti di bosco
Ingredienti per uno stampo a cerniera  di 20 cm
300 gr di
formaggio spalmabile
300 gr di
ricotta romana
120 gr di
zucchero a velo
2 uova
I semi di
mezza bacca di vaniglia
130 gr di
biscotti (tipo digestive)
60 gr di
burro
Per la
glassa:
150 gr di
fragole
60 gr di
lamponi
60 gr di
mirtilli
3 cucchiai
di zucchero di canna
il succo di
mezzo limone
Fra i dolci
di importazione che ormai fanno parte anche della nostra cultura, la cheese
cake è uno dei miei preferiti in assoluto. Se però devo esprimere una
preferenza, allora il gusto intenso di questa versione un po’ più nostrana, che
prevede l’utilizzo della ricotta e la cottura al forno (ed esclude così dalla
lista degli ingredienti la colla di pesce) è quella che mi piace di più.
Questa
versione ha infranto molti cuori e svariati palati e mi sento di consigliarvela
vivamente se vorrete preparare una delizia per i vostri ospiti con il vantaggio
di poterla preparare in anticipo anche di un giorno e tirarla fuori al momento
giusto.
Con questa
dose ci riempite uno stampo a cerniera da 20 cm di diametro oppure una
decina di stampi da muffin (io ho usato quelli di carta forno tondi come per i
muffin salati che trovate qui) se ne volete una versione mono porzione e più
bella da fotografare J.
Il
procedimento è semplice.
Rivestite la
base dello stampo a cerniera con un foglio di carta forno e chiudete la
cerniera.
Sbriciolate
i biscotti a mano o nel mixer e mischiateli al burro che avrete sciolto a bagno
maria o fuso 20 secondi in microonde, e mischiateli ottenendo un impasto
sabbioso.
Versate
nella base del vostro stampo e con un cucchiaio applicate una pressione che
compatti e livelli  bene la
superficie biscottosa.
Riponete in
frigo mentre preparate l’impasto della torta.
In una
ciotola riunite entrambi i formaggi e lo zucchero (che potrete ridurre in
polvere anche non finissima nel mixer) e lavorate fin quando non otterrete una
crema liscia e morbida.
Aggiungete i
semi della bacca di vaniglia e le uova intere mescolando fin
quando non
saranno ben amalgamate.
Versate
nello stampo a cerniera e cuocete in forno statico preriscaldato a 160° per
circa 35 minuti.
Nel
frattempo in una padella antiaderente mettete i frutti di bosco, lo zucchero e
il succo di limone e cuocete a fuoco vivo per circa 5 minuti, caramellando la
frutta (cioè fin quando i liquidi si gelatinizzeranno e i lamponi non saranno
una purea).
Sfornate la
torta e lasciate che si raffreddi un pochino prima di aprire lo stampo (per
evitare che si crepi) avendo cura di passare sui bordi la lama di un coltello
per farla staccare bene dal ruoto.
Versate la
glassa ai frutti di bosco e lasciate raffreddare in frigo per almeno 4 ore .
La cheese
cake finirà inesorabilmente la sera stessa, ma se così non fosse, potete conservarla
in frigo sotto una campana per non più di tre giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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