Gomorra – Panna cotta al cocco con sciroppo di melagrana

panna cotta vegan al cocco

Quando un regista vuole emozionare, di solito lo fa partendo da dinamiche abbastanza standard e poi personalizzando secondo la propria linea autoriale.

Così, probabilmente, in una scena thriller ci mostrerà il protagonista e quello che vede e poi mostrerà a noi e solo a noi un pericolo o un elemento che creerà un senso di ansia e preoccupazione (suspence). Le inquadrature si faranno via via più rapide, la musica più inquietante, il ping pong tra campo e controcampo veloce e lo spettatore passerà dalla preoccupazione all’ansia e fremerà sulla poltrona, perché intuisce quello che sta per accadere al suo eroe e non può avvisarlo, non può fermare quello che accade, e anche se intuisce quello che sta per accadere non sa se le sue intuizioni sono esatte o se improvvisamente interverrà un altro elemento o personaggio a cambiare il corso della scena.

Probabilmente prima di questa scena al cardiopalma, il bravo regista ha fatto in modo che simpatizzassimo, o in alcuni casi addirittura ci innamorassimo del protagonista, per aumentare il nostro senso di sgomento.

Il cinema è sicuramente pathos e per me è senza dubbio l’arte (insieme alla letteratura) che più di tutte mi esalta e mi fa provare emozioni.

Quando un regista è molto bravo a fare quello che vi ho spiegato sopra, probabilmente vi troverete a stringere i braccioli della poltrona, serrare i denti e probabilmente anche a versare delle giuste lacrime.

Quando un regista riesce a fare tutto questo, allora vuol dire che è abile nello sviluppo della drammatizzazione di un racconto, che per sua natura, anche se dovesse prendere spunto da un fatto reale, sarebbe comunque un racconto artefatto, costruito e narrato secondo la visione personale del narrante (il regista).

Tenendo a mente tutte queste cose, io circa 8 anni fa uscii dalla sala dove davano la prima di Gomorra (il film), completamente shocckata.

Tutti gli artefizi cinematografici, tutte le tecniche conosciute e usate dai registi per fare in modo che il pathos venisse fuori e ti divorasse, non erano stati usati. I personaggi erano rivoltanti indistintamente e le scene si susseguivano senza che lo spettatore potesse intuire, o prevedere o provare alcun sentimento a parte il disgusto.

C’è una scena in particolare dove due ragazzini siedono dietro un muretto e poi arriva uno che prende e spara ad entrambi in testa senza pietà., poi li carica su una gru in quello che ricordo (ma potrei sbagliarmi) come un lunghissimo piano sequenza (cioè una scena in cui la macchina da presa non fa stacchi e segue la storia così come accade) di puro orrore e assenza totale di emozioni.

In un film normale, nonostante i ragazzi fossero due camorristi in erba per cui sarebbe stato difficile simpatizzare, un regista avrebbe drammatizzato la scena mostrandoci l’arrivo del killer e facendoci preoccupare un pochino per quello che stava per accadere, volendo farci un regalo, ci avrebbe almeno preparati alla morte brutale di due esseri umani.

Ma in Gomorra tutto questo non c’è, quasi a voler far sentire lo spettatore come se stesse vivendo quella scena, quasi come se quella scena avesse la pretesa di essere la realtà esattamente come accade, quasi come se quel film con i personaggi fosse in realtà un documentario brutale di quello che accade alla vita delle persone reali nelle organizzazioni criminali.

Confesso che pensai (e lo penso tutt’ora) che Garrone avesse prodotto un capolavoro neorealista, ma ne ebbi paura.

Per la precisione mi immaginai essere una non napoletana che guardava il film e pensai che a Napoli e nelle sue vicinanze non ci sarei voluta passare neanche con il treno per paura che scendendo mi sarei trovata nel far west metropolitano di un luogo nelle mani di persone ignoranti, perverse e animalesche.

Ma io in effetti uscii da quel cinema napoletana come ci ero entrata e per le strade del centro in un venerdì qualsiasi del 2008, non avevo più paura o più coscienza di qualche ora prima.

Mi incamminai verso la macchina a passo lento, mi fermai al bar a prendere un caffè e poi tornai a casa nella solita maniera, con la solita tranquillità e una sorta di routine di movimenti e strade da percorrere.

Ma Gomorra mi aveva scosso perché un film che non sembra un film, aveva mostrato il lato osceno di una città, la mia, che cola sangue, brutalità e non sense, mettendomi di fronte ad una realtà che in vita mia non ho mai vissuto, mai veduto, mai neanche percepito con tanta forza.

Chiunque viva a Napoli vive un conflitto quotidiano, chiunque viva qui vive la sua più grande storia d’amore fatta come da prassi da momenti di pura libido alternati a momenti di puro odio.

Chiunque sia nato e cresciuto qui sa che dovrà fare i conti con un luogo dove le contraddizioni sono la regola e la coerenza un’eccezione, ma Garrone aveva giocato una carta scorretta, aveva portato al cinema una storia (senza ipocrisie una storia che con il reale ci stava a braccetto), facendo in modo che lo spettatore, cui viene servita una porzione di realtà, fosse indotto a pensare che quella fosse proprio la realtà e non solo una sua parte.

Garrone è stato geniale e io glielo riconosco, ma insieme a questa devozione ci ho mischiato una buona dose di disprezzo, perché se io che a Napoli ci vivo sono caduta nell’inganno, se io che la realtà non la vivo come una porzione di essa, ma come la totalità delle cose che qui accadono, sono uscita dal cinema con un senso di shock e di orrore, un non napoletano infarcito di pregiudizi e voci di corridoio cosa avrebbe pensato?

 

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Devo fermarmi, ma non per sempre. Erano anni che pensavo queste cose e mi sono tornate alla mente quando un mercoledì, precisamente quello della settimana scorsa, sono stata al cinema a vedere Suburra. Insomma questo è un post che più lungo di così non posso fare (che poi chissà che non vi siate stancati già da molto e non ve ne freghi un cappero) e che quindi divido in 2 (o forse più puntate). Ma la prossima (che mi cadano le unghie dei piedi) sarà venerdì, parola di lupacchiotto. (e andate al cinema, che vi fa bene).

 

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panna cotta vegan al cocco

Panna cotta vegana al cocco (con sciroppo di melagrana)

Ingredienti per 8 bicchierini

Per la panna cotta:

400 ml di latte di cocco (1 lattina)

200 ml di panna vegetale di soia

1 cucchiaio di zucchero di canna

1 cucchiaino (3 gr) di agar agar

½ baccello di vaniglia e i suoi semi

Per lo sciroppo di melagrana

150 gr di melagrana (al netto degli scarti)

250 ml di acqua

3 cucchiai di zucchero di canna

½ bacca di vaniglia e i suoi semi

Per la decorazione

melagrana fresca a piacere

N.B. se non siete vegani e volete procedere con ingredienti tradizionali, o se avete difficoltà a reperire gli ingredienti, usate della comune panna da cucina e il medesimo quantitativo di gelatina in polvere o un foglio di colla di pesce da 5 gr reidratato in acqua e ben strizzato.

panna cotta vegana al cocco

Se la cucina vegana vi sembra troppo rigida, se proprio non fa parte delle vostre regole, io vi capisco e anzi vi capisco benissimo perché non sono neanche vegetariana, figuriamoci vegana.

Ma se siete delle persone che non fanno della rigidità uno stile di vita e ogni tanto e senza eccezioni amate scoprire che anche se una cosa non fa parte delle vostre abitudini, alla fin fine si rivelerà una risposta golosa ad una domanda che non vi eravate posti, allora cedete alla curiosità e seguitemi nella ricetta facile e veloce di questa panna cotta al cocco e sciroppo di melagrana, da cui nascerà un dolcetto al cucchiaio di irresistibile bontà e anche di grande bellezza.

panna cotta vegan al cocco

Devo confessarvi che ho rifatto questo dolce tre volte perché alla prima avevo toppato completamente il quantitativo di agar agar (un addensante naturale), producendo anziché una panna cotta un marmo cotto 😉

Ma consistenza a parte, il mio dolce era troppo buono per arrendersi e così ho ritentato producendone uno di consistenza gradevolissima, che purtroppo per le mie foto è stato spazzolato prima che potessi immortalarlo nelle foto che invece vedete qui.

Se volete seguite anche la video ricetta!

Sappiate che si prepara in 10 minuti e che potete prepararlo la mattina per la sera e lasciarlo in frigo pronto all’uso.

panna cotta vegan al cocco

Cominciamo

Sgranate un melograno e mettetelo in un pentolino insieme allo zucchero di canna, l’acqua e la stecca di vaniglia. Portate a bollore e fate cuocere per 10 minuti.

In un altro pentolino versate il latte di cocco, la panna vegetale, lo zucchero, l’agar agar e la bacca di vaniglia e mescolate con una frusta per amalgamare tutti gli ingredienti (mescolate con vigore per far disciogliere la panna di soia, che per consistenza non si avvicina neanche lontanamente a quella di latte vaccino).

Mescolate con la frusta fino al raggiungimento del bollore e spegnete subito.

panna cotta vegan al cocco

Rimuovete la bacca di vaniglia e versate la panna cotta nei bicchierini (riempendoli di 2/3) quando è ancora calda, ma aspettate che raggiunga temperatura ambiente prima di metterla in frigo.

Mettete con lo stesso criterio in frigo anche lo sciroppo dopo averlo filtrato e lasciate che si freddi il tutto per almeno due ore.

Trascorso questo tempo, versate un po’ di sciroppo in superfice e aggiungete della melagrana fresca.

Ricordatevi che potete fare questo dolce anche senza usare prodotti vegani, ma ricordatevi anche che un pizzico di curiosità nella vita ci sta sempre bene.

panna cotta vegan al cocco

8 Comments

  • Giuditta ha detto:

    Ciao Francesca,
    Anche io come te sono napoletana d’origine, e anche io ho visto Gomorra, ma nel mio caso invece non sono rimasta scioccata da quel film. Secondo me non é stato troppo irreale, nel senso che purtroppo alcune cose vanno davvero così. E il film voleva parlare di quelle per aprire gli occhi a chi nega che certi fatti accadano e forse anche per mandare un messaggio a chi di dovere per far aiutare quella parte d’Italia a liberarsi da una brutta piaga, la camorra. Ovviamente come dici tu Napoli è anche spettacolare e andarci significa innamorarsene e su questo non posso che concordare con te. ?
    Complimenti per questa panna cotta. É un dolce che amo, ma con il melograno non l’ho mai provata… La devo proprio assaggiare!
    A presto.
    Giudy

  • lacaprino ha detto:

    Il mio punto però era diverso. Io sono rimasta shockata proprio perché le immagini che pretendevano di essere reali (ma era un film) so bene essere assolutamente fedeli. Da napoletana non ho mai vissuto però questo senso da far west, nonostante la consapevolezza di sapere che anche questa porzione brutale della vita esiste davvero. In quanto allo scopo di Garrone, dubito che il suo intento fosse quello di aiutare, ma piuttosto quello di narrare (che è proprio di un regista).
    Napoli è stupenda e io ho imparato ad amarla come si fa per le cose complesse, accettandone tutte le facce e trattenendo il respiro per le sue brutture.
    se passi da qui, batti un colpo!

  • Stefania FornoStar ha detto:

    TI capisco, da palermitana….
    Ed è vero sia le ricette vegane che gluten free sono immangiabili! 😀 😀 😀

  • Laura ha detto:

    Cara Francesca ti ho letta tutta d’un fiato e credo di aver capito dove porti la tua riflessione, ad ogni modo fatalità vuole che io proprio oggi pomeriggio vada al cinema a vedere ‘Suburra’… chissà!Io non sono romana ma mi capita spesso di ritrovare aspetti e contraddizioni di questa città in tv e anzi mi rendo conto che gran parte delle notizie che si ascoltano in tv in qualche modo hanno tutte a che fare con quello che è sotto i miei occhi continuamente in una città abbastanza scoperta e senza veli che riversa sotto gli occhi malinconici dei romani verità che tutti vedono e che, non so perché, tutti accettano. Diversa è stata l’impressione che ho avuto in visita a Napoli di cui ho conosciuto una bellezza che non conoscevo e che il più delle volte non arriva dalla sua rappresentazione mediatica. Ciò che ad esempio mi ha colpito positivamente di una città come Napoli è l’amore che i cittadini hanno per i propri miti e per le proprie tradizioni che, tanto per fare un esempio, non permetterebbe ad una banda di olandesi ubriachi la devastazione di una fontana in pieno centro… peccato che di questo aspetto bello della tua città non si parli mai. Ad ogni modo resto in attesa di vedere il film e di ascoltare la tua seconda parte con estremo piacere 😀

  • edvige ha detto:

    Non ho visto il film però qualcosa di Napoli la so e anche la conosco un pochino sia perchè mio suocero era napoletano doc come tutta la sua famiglia e quindi ho un marito metà e metà visto che è nato e cresciuto a Trieste. Mi hai stuzzicata voglio vedere se lo trovo magari via web.
    Ottima questa panna cotta ma dovrò farla con panna normalea me piace il cocco ma a casa NO non piace il cocco a nessuno. Ho proprio tre belle melagrane.
    Grazie un abbraccio e buona giornata.

  • Paola ha detto:

    Garrone l’ho adorato da quel Primo Amore di non so quanti anni fa. Ho adorato la narrazione asciutta, senza nessuna emozione preparatoria, ma fatto solo di reazioni. L’ho amato nella narrazione dell’anoressia che ho conosciuto troppo da vicino e sulla mia pelle, l’ho amato quando mi ha raccontato cose che di Napoli neanche conoscevo e di cui, ancora oggi, mi rendo poco conto. Gomorra, dopo aver visto il film, mi sono rifiutata, categoricamente, di leggerlo. Troppo disgusto, come ben dici, per quanto è stato permesso che accadesse.. o forse semplice voglia di mettere la testa sotto la sabbia, il più in fondo possibile.
    Ho visto una realtà, che è quella della periferia, che è quella fatta dei tragitti da casa mia alla metro di Piscinola, di persone col sangue che gli cascava dal braccio o da altre parti del corpo, e in parte l’ho ritrovata in quei fotogrammi. E mi piangeva il cuore, credimi, quando a Ferrara mi chiedevano del perché avessimo permesso tutto questo.
    Ho adorato Garrone, perché dopo Gomorra ho nutrito per la mia città ancora più amore di prima, come quello di una madre verso il figlio che si sta perdendo, di quegli amori che ti serpeggiano nell’anima e che, nonostante possano far male, continui a nutrire e sentire vivi e vegeti.
    Aspetto di sapere dell’altro film, intanto che mi metto in adorazione davanti a questa pannacotta.
    baciotti

  • Margherita ha detto:

    Quando vivi all’estero, in una città dove la comunità italiana, anche se di seconda o terza generazione, non é uno scherzo, ti trovi spesso a difendere la tua cultura, la tua italianità, da una marea di stereotipi. Da un lato vorresti urlare al mondo che l’Italia é molto di più di pizza, polpette e mafia e mandolino, dall’altro ti ritrovi a fare “la ruota”a mo’ di pavone quando qualcuno ti dice che il tuo paese é il più bello del mondo. Non sono napoletana, ma non sono uscita sconvolta da quel cinema, soltanto molto amareggiata e dispiaciuta. Quanto spreco.
    Questa panna cotta é geniale, mi metterò all’opera!

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